"Nessun cavallo ci obbedirà per compiacerci, tanto meno per senso del dovere, lo farà unicamente pe

"Nessun cavallo ci obbedirà per compiacerci, tanto meno per senso del dovere, lo farà unicamente per evitare il dolore, rispondendo ai segnali che precedono l'uso di strumenti che possono provocarlo e che all'occorrenza lo produrrebbero fino a costringerlo all'obbedienza.. ."

martedì 4 agosto 2015

Ciccina... ovvero l'elogio del mulo.

Da sempre mi è piaciuto ascoltare i vecchi, stranamente, da qualche tempo ne trovo sempre di meno e - curiosamente - quelli che trovo sono dei miei coetanei o quasi (sic!)... mah!

Mi piace scrivere di un episodio avvenuto oltre un  anno fa che mi ha ricordato una civilissima abitudine ormai perduta:


Stamane, mi è venuto a trovare don Peppe: più di ottant'anni, viaggia su un'apiceddra (una motoape) e - per camminare - si aiuta con un bastone.

Appena ha visto la puledra, si è sperticato in complimenti: classica cavallina siciliani di altri tempi e abbiamo cominciato a parlare di cavalli, siamo stati assieme più di un'ora, tra le tante cose, ha ricordato una antica civilissima abitudine ormai perduta.

Suo padre, come tanti contadini del tempo, usava i muli per lavorare la terra, l'ultima mula della famiglia di don Peppe fu Ciccina, nata a casa e vissuta fino a 33 anni.

Quando arrivarono i trattori, Ciccina aveva già venticinque anni e ormai non serviva più.
A coloro che gli consigliavano di mandare la bestia al macello, il padre di don Peppe, disse : cu chista vestia mi fici la casa, fino a quantu campa ha dà stari cu mia ! (col lavoro di quest'animale, mi son costruito la casa, perciò, la terrò fino a quando morirà di morte naturale).

E così fu, passarono gli anni, poi, inevitabilmente la mula morì, sotterrata che fù, il padre mandò l'allora giovane don Peppe a prendere un sacco di carbone, e lo sparse sulla buca appena richiusa a mò di lapide, di marmo funerario.
Era un segnale per chi - eventualmente - arando quel terreno fosse capitato sopra la tomba di Ciccina, così, vedendo il carbone, capiva che lì sotto c'era sepolto un animale - ma non un animale qualsiasi - ma uno che era stato parte di una famiglia che aveva contribuito al benessere di una famiglia, pertanto non bisognava affondare l'a
ratro, il sito andava rispettato, quel fazzoletto di terra non andava profanato.


Già,  l'animale da lavoro per eccellenza era il mulo, economico e renditizio, e ancor oggi  puntano su quello le persone  che lavorano/devono lavorare sul serio cogli animali nei boschi o per arare piccoli appezzamenti di terra particolarmente scoscesi dove sarebbe pericoloso andare coi mezzi meccanici.


Come sappiamo il mulo è sterile, eppure ai tempi, qualcuno teneva dei muli maschi interi, erano molto pericolosi, portavano quasi sempre la museruola di ferro, ma avevano una resa nel lavoro superiore alle femmine e ai castrati in quanto più resistenti e "caparbi" nella fatica.

Prima dell'avvento dei veicoli a motore, il peso principale della logistica di campagna degli eserciti ovviamente gravava – e non si tratta di una metafora – sul trasporto animale e in misura particolare sulla groppa di un tenace e solido quadrupede, il mulo.
La ragione è semplice: in termini di velocità di passo, di capacità di trasporto, di resistenza ai disagi e di sobrietà di richieste alimentari si tratta della scelta migliore possibile.
Un mulo può percorrere circa 5 chilometri all'ora a passo più lento in discesa che in salita, può trasportare circa il 30% del suo peso e si accontenta di 3/4 della razione di un cavallo a parità di peso: senza richiedere le cure e le attenzioni del suo più nobile cugino.
Se 5 km. all'ora possono sembrare pochi, va anche aggiunto che la resistenza del mulo gli consente di marciare anche per 10-12 ore: marce di 40 km al giorno possono essere considerate normali, 80 possibili, 160 eccezionali ma documentate in manuali dell'esercito americano dei primi del Novecento. 

Vi consiglio di leggere tutto l'articolo sul "mulo da guerra", per conto mio, le miei prime giolive cavalcate furono in groppa ai due muli di mio nonno: Barone e Garibaldi, altrimenti detto: Peppe, Pinuccio o Peppino... ricordo ancora la gioia della prima volta che da solo li portai - a turno - all'abbeverata.
In realtà facevano tutto loro, e pazientemente mi sopportavano - a quel tempo - stando sulla loro schiena, potevo solo scassare solennemente la minchia a quelle povere bestie..  ma questo - allora - non lo sapevo.