"Nessun cavallo ci obbedirà per compiacerci, tanto meno per senso del dovere, lo farà unicamente pe

"Nessun cavallo ci obbedirà per compiacerci, tanto meno per senso del dovere, lo farà unicamente per evitare il dolore, rispondendo ai segnali che precedono l'uso di strumenti che possono provocarlo e che all'occorrenza lo produrrebbero fino a costringerlo all'obbedienza.. ."

domenica 26 giugno 2011

Vito e l'assioma di L'Hotte.


L'amara storia di Vito che passò dal "metodo Montessori" - "all'assioma di L'Hotte".

Ho fatto – per un congruo periodo - l’istruttore in corsi di qualificazione professionale; tra i miei alunni, erano inseriti ragazzi “disagiati” che venivano da varie esperienze: - dalla droga, dalla prostituzione, da famiglie immorali, da violenze, o che avessero leggere menomazioni psichiche, fu una bella sperimentazione di “dressage”, basata sul principio “premi punizioni”…ovviamente, non erano punizioni corporali, ma i miei interlocutori - tutti giovani adulti - erano in grado di capire e capivano che era meglio – per il loro bene e per effettivi vantaggi materiali - seguirmi e rispettarmi e sapevano - che in caso contrario - la punizione sarebbe stata proporzionata alla mancanza, nella grande maggioranza dei casi i risultati ci furono.
Ogni tanto, incontro qualcuno di loro che - fortunatamente - da tempo si è inserito nel mondo del lavoro...e mi ringrazia ancora, ma non nego che molti non furono recuperati e - abbandonati al loro destino - alcuni di quelli fecero una brutta fine.


In quell’istituto, c’era anche una classe esclusivamente per ragazzi andicappati - seriamente andicappati, non mi riguardava direttamente, ma mi piaceva contattare quei ragazzi così sfortunati; per loro, avevo sempre in tasca: cioccolatini, gomme da masticare e sigarette ed accendino malgrado non fumassi più da anni.

A metà anno scolastico, in quella classe, arrivò Vito, già il suo aspetto era inquietante…più o meno era questo: -

 Dopo qualche giorno, attirato da alcune belle ragazze del mio corso…le "mignotte" si divertivano a provocarlo e  gli davano corda; Vito si presentò nella mia classe  durante una lezione, non gli era consentito, in più aveva la sigaretta in bocca, cosa per me assolutamente inammissibile…incazzato, lo invitai ad andar fuori, obbedì, ma negli occhi aveva un’aria di sfida.

Il giorno dopo, stessa scena, solo che ignorò completamente il mio ordine, cercò di avvicinarsi alle ragazze, gli urlai che l’avrei buttato fuori con la forza: - “nun s’a fira prufesssò” (professore non ne è capace) mi rispose…io rincarai le minacce e lui mi sfidò ancora più apertamente.

La situazione era imbarazzante, ero interdetto, chiaramente non potevo usare la forza e cercavo di prendere una decisione "istituzionale".... per fortuna fui salvato dai ragazzi che un po’ scherzando, un po’ facendo sul serio, presero l’energumeno e lo portarono fuori.

Una volta ristabilita la calma – pur senza chiederle – ebbi notizie a suo riguardo: - era un “pericolo pubblico”, il suo sport preferito era rigare, col cacciavite, le macchine di chi gli stava antipatico, ma spaccava vetri, imbrattava i muri, pisciava per strada, chiedeva soldi e sigarette ai passanti e via di queste piacevolezze…quando era preso sul fatto - magari dai Carabinieri -  si difendeva piagnucolando: - “sugnu malatu”.

Mentre, ascoltavo delle imprese di Vituzzu, entra Calogero il vicedirettore, mio ottimo amico, mi chiama: - “Raffaè veni c'u mia” (Raffaele seguimi)…nel corridoio c’è Vito - la sua aria è contrita, la bocca aperta, gli occhi sbarrati, trema, è spaurito.

Calogero/Lillo lo afferra per un braccio e ci infiliamo in un aula vuota.


Vito piagnucola e si lamenta, sa cosa sta per accadergli, appena dentro, Lillo gli torce il braccio, lo fa abbassare e contemporaneamente gli dà una ginocchiata nella panza, il giovinotto si torce, si gira e riceve una serie di calci nel culo che lo mandano a terra.

Malgrado sia quasi 100 kili, ora – con il volto per terra - Vituzzo sembra un picciliddru: frigna, inventa improbabili scuse, piange, chiede perdono.

Lillo: - dopo la serie di parolacce, con le quali ha accompagnato la scarica di calci in culo, si calma, lo afferra per i capelli, gli gira la testa verso di di me e dice: - “si ti permetti di tuccari la machina di lu prufessuri, ti scippo la testa e ci la faccio mangiari a li porci…n’un tràsiri cchiù dintra a la classi di don Raffaele chi ti dugnu lu duppiu di zo chi ti detti uora”.

E’ inutile sottolineare che la “cura” ebbe un effetto immediato e duraturo.

A questo punto si scateneranno le anime belle, i fini pedagoghi, i civilissimi teorici della non violenza, i seguaci della Montessori e del dottor Spock che ci spaccheranno i cabasisi  con tutte le loro bellissime giustificazioni.


Però…c’è un particolare, anzi ci sono alcuni particolari, Lillo è il padrino di Vito, l’ha visto nascere, ha partecipato al dramma dei genitori quando scoprirono la grave menomazione del figlio, ha seguito i soliti pellegrinaggi presso i più importanti e costosi luminari in circolazione specialisti in materia, ha visto la madre andare in depressione e spegnersi a poco a poco per quell’unico suo bambino; il padre, disperato, rassegnato continua a pagare le cure e i danni provocati dal figlio, figlio che sin dalla nascita è stato protetto, coccolato, viziato, aiutato, difeso perché così sfortunato, perché così diverso…per tutto questo, da bambino non fu mai punito, cercarono di educarlo col "sistema naturale" colla “doma dolce” (sic!) e con la chimica…le medicine, gli psicofarmaci "come se piovessero". 

Quando, il fanciullo stava per diventare un ragazzo, per forza di cose, i familiari tentarono di imporre un minimo di disciplina – troppo tardi - si trovarono davanti ad un “mostro” ingovernabile al quale tutto era dovuto, tutto era permesso senza contropartita e con in aggiunta – ahimè - le problematiche della sua conditione ufficiale di “picchiatello”.
picchiatelli...

 Lillo era la sola persona che, il poverino, rispettasse in qualche modo, forse perché da lui era stato sempre trattato come un bambino normale e dunque anche punito.

Quasi inconsapevolmente e forse suo malgrado, Lillo diventò lo spauracchio, il castigamatti, il bau bau di Vito, compito assai ingrato, perché il ragazzo diventava un uomo - un vitellozzo di novanta kili - lo scappellotto non bastava più, ci vollero i ceffoni e i calci in culo, appunto.

I ceffoni e i calci fanno male ma fecero effetto, perché, per contenerlo bastava dirgli: - “smettila altrimenti chiamo Lillo – guarda che sta arrivando Lillo” …peccato ! non lo sapevo, gli avrei risparmiato quella “passata di lignati”.

Tuttavia, bisogna che, ogni tanto, Lillo si faccia vedere veramente per fargli un promemoria, è sufficiente che gli faccia una ramanzina, che lo quardi negli occhi, questo – normalmente – basta…( rinforzo ?) ma se sbaglia, se riga una macchina, se manca di rispetto al “professore”, se diventa troppo invadente con le donne allora la punizione deve piombargli addosso inesorabile ed immediata pena la vanificazione di quell’unico appiglio che la famiglia ha per controllare il meschino.

A questo punto, sarà utile rispolverare l'assioma di L'Hotte: - 

"Nessun cavallo ci obbedirà per compiacerci, tanto meno per senso del dovere, lo farà unicamente per evitare il dolore, rispondendo ai segnali che precedono l'uso di strumenti che possono provocarlo e che all'occorrenza lo produrrebbero fino a costringerlo all'obbedienza..."

Bene, Vito pur appartenendo alla specie umana è senz'altro più vicino ad altre specie animali : - mancanza di etica e di moralità, limitatissima intelligenza analitica, nessun senso del dovere tantomeno desidera compiacerci...appunto, grossa componente istintiva nella base comportamentale...certamente aveva sentimenti elementari e anche capacità affettive; ricordo - che aveva dimostrazioni di simpatia verso i bambini molto piccoli ed era attratto dal gentilsesso...sospetto che i suoi istinti sessuali fossero controllati farmacologicamente.

Dunque, possiamo considerare quel poverino un "animale", volendo un "cavallo parlante" in italiano/siciliano comprensibile, peccato che a quel tempo non mi interessassi dell'assioma di  L'Hotte e del condizionamento operante, altrimenti ci sarebbe stato prezioso, forse ci avrebbe potuto spiegare cose sulla sua "educazione" riconducibili alla doma e all'addestramento dei lalli che a volte necessita - ci piaccia o non ci piaccia - dell'uso della forza, ne ho avuto la riprova di recente in un episodio incredibile, una cosa mai successa prima che