I laudatori del bel tempo andato parlano sempre di un tempo che, nella realtà, non c'è mai stato, questo - sia chiaro una volta per tutte - vale anche per l'equitazione, in particolare per quella cosiddetta classica.
In Italia, il rinnovato interesse per il cavallo, si è scontrato con l'inadeguata conoscenza del cavallo, e con l'inesistenza della cultura equestre.
Inoltre, non si è lavorato per innalzare le competenze equestri del cavaliere medio, si è provveduto - invece - ad abbassare/adattare ai nuovi cavalieri il livello dell'insegnamento, in Pippetto Karl troviamo il massimo esempio di questa involuzione.
Ma questo rispecchia quello che succede in generale nella nostra società: provate a decifrare quello che dicono e scrivono i nostri politici e i nostri opinionlider: il congiuntivo è morto, il punto e virgola è morto e anche l'itagliano - mi pare - che non si senta troppo bene.
E' infarcito di anglicanismi, ingabbiato dalle esigenze di internet e dei messaggini ed è imbecillito dalle reiterate e inutili espressioni di "moda".
C'è un analfabetismo di ritorno: come scriveva Tullio De Mauro sette italiani su dieci non sono in grado di comprendere un testo di media difficoltà.
Ecco, abbiamo assistito al trionfo dell'italiano popolare (il neo italiano televisivo direbbero quelli bravi) a scapito dei dialetti e della lingua italiana.
Nel 1973, Pier Paolo Pasolini aprì una discussione: il tramonto del dialetto equivaleva per lui all'abbandono dell'età dell'innocenza e all'entrata nella civiltà dei consumi e nell'età della corruzione. Gli fu risposto che la conquista dell'italiano da parte delle classi subalterne, come si diceva allora, era piuttosto la premessa e la promessa della loro promozione sociale.
Alla stessa maniera, possiamo considerare il tragitto dell'equitazione, come dicevo, la cultura equestre popolare, quella dei cavallari (il dialetto) si è da tempo estinta, l'equitazione accademica (l'italiano aulico) è praticata solo in alcune accademie e da pochissimi cavallerizzi (comunque non in Italia) e siamo invasi dalla terminologia estera che - specialmente nell'equitazione accademica - deve tutto agli antichi termini equestri italiani.
Inoltre, non esiste una "neo equitazione" riconosciuta e pacificamente condivisa... eppure:
i principi fondamentali dell'equitazione sono condivisi in tutte le epoche e appartengono a tutte le scuole. Nell'insegnamento dei veri maestri si trovano tanti punti di contatto, che, solo per partito preso o per rivalità di scuola, non vengono accettati universalmente... L'Hotte.
"Addestrare i cavalli è semplice" dice JDO, ma ci avverte: semplice non vuol dire facile, infatti, ce lo spiega mirabilmente in Dresser c'est Simple - - il suo testamento equestre - che così presenta:
La nostra educazione, quella che trattiamo in questo libricino, riguarda quello che chiamiamo l’addestramento di bassa scuola che arriva ai cambi di galoppo isolati e all’inizio del lavoro sugli ostacoli.
Escludiamo ogni addestramento specifico riguardante le tre discipline olimpiche: salto, dressage, completo e l'equitazione accademica o di alta scuola. Del resto, la bassa scuola rappresenta la base fondamentale di ogni equitazione che, in seguito, potrà andare a specializzarsi.
Chi volesse saperne di più, si sposti nei "Libri" su questa PAGINA...


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